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La sicurezza sul lavoro,
intesa in senso stretto, sta senz'altro
migliorando, anche se il numero degli
incidenti mantiene uno zoccolo duro, e
l'esposizione a lavorazioni e sostanze
pericolose non è certo scomparsa. Anzi, per
effetto della maggiore presenza di
lavoratori clandestini, non sindacalizzati e
che sfuggono a controlli e ispezioni, non è
detto che in realtà la situazione possa
anche essere peggiore. Ma c'è in compenso un
altro aspetto della patologia da lavoro in
crescita costante e nessuno ormai lo
nasconde. Si tratta di disturbi psicologici,
dal burn-out alla depressione dovuta al
mobbing. In questo universo, poi, si
segnalano categorie più esposte tra le quali
vi sono, inaspettatamente per molti, medici,
infermieri e personale addetto
all'assistenza. Nel caso del burn-out o
della cosiddetta occupational fatigue per
queste categorie le motivazioni le spiega
ottimamente uno studio argentino. Questi
operatori, infatti, sono i primi a venire a
contatto con gli effetti delle crisi
economiche: restrizione di risorse,
eccessiva flessibilità del lavoro e via di
questo passo.
Pericolose
compensazioni
L'effetto è che i pazienti, gli
assistiti, riversano il loro carico di
frustrazione e dolore sugli operatori i
quali, a loro volta, possono sentirsi
impotenti ad agire e provare frustrazione.
Un ambiente frustrato, poi, può ovviamente
incoraggiare fenomeni di rivalità, di
esclusione di questo o quel collega: insomma
le dinamiche di gruppo presenti in qualsiasi
ambiente gerarchizzato. Infatti un altro
studio spagnolo, che si è occupato in
particolare di infermiere, ha mostrato che i
due elementi più importanti del mobbing in
questo settore sono l'umiliazione personale
e il discredito professionale, esattamente
come negli uffici. Qualche differenza c'è:
mentre in linea generale l'azione
mobbizzante più diffusa è fornire alla
vittima informazioni discordanti, mentre in
questo settore, visto che potrebbe risultare
molto pericoloso, è più diffusa la pratica
di esporre la vittima alle critiche del
gruppo. Anche nel personale sanitario si
presentano poi i consueti comportamenti
compensatori: molti cercano di sopravvivere
allo stress grazie al tabacco, all'alcol o
agli ansiolitici ma, prima o poi, la
situazione non regge. Sono quelli che in
psichiatria si chiamano meccanismi di difesa
disfunzionali, tra i quali rientrano anche
altri fenomeni, come il progressivo distacco
dal proprio lavoro.
Poche risorse,
molta pressione
Sulla situazione pesa anche la
costante limitazione delle risorse. Tempo fa
un gruppo di oncologi medici italiani
denunciò che spesso i "manager" delle
strutture ospedaliere avevano la tendenza a
richiamare in modo un po' troppo insistente
i clinici accusati di usare terapie (più)
costose. Ma non di soli oncologi si tratta.
Circa un anno fa, nell'aprile 2004, nel
corso del Congresso nazionale della Società
Italiana di Chirurgia (SIC), vi fu una
precisa accusa del professor Alfonso
Barbarisi, della II Università di Napoli :
"E' sempre più crescente - ha detto - il
disagio del chirurgo quale oggetto di
disparate sollecitazioni, a volte
vessatorie, che lo stringono tra le
ineludibili responsabilità ippocratiche e
un'emarginazione dalle decisioni che
contano. In altre parole, il vertice
amministrativo della Sanità sul territorio
impone al chirurgo tempi e modi che mirano
solo al contenimento della spese, nello
stesso tempo, lesinano collaboratori e
attrezzature tecnologiche". Un fenomeno
tanto diffuso da trovare una sua "finestra"
in rete: il sito www.mobbingmedici.org. Una
visita può essere istruttiva per tutti,
anche per chi medico non è. Se una categoria
di lavoratori che ha funzioni di
responsabilità verso la collettività, come i
medici o gli insegnanti, vive condizioni
negative, il problema è di tutti, non
soltanto loro.
Maurizio Imperiali
Fonte
Fornes Vives J et al.
Mobbing in nursing. A pilot study. Rev
Enferm. 2004 Sep;27(9):8-10, 13-6. Wolfberg
E. Social crisis and occupational fatigue
among health professionals: warnings and
resources Vertex. 2003 Dec-2004 Feb;14(54):268-79
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