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CEFALEE 

 

 


                                                         CEFALEE

La cefalea (mal di testa) è un’esperienza comune, nota a tutti. Nel corso della vita ognuno di noi ha vissuto l’esperienza del mal di testa più volte, magari in seguito a condizioni le più diverse, quali la febbre, lo stress psichico, la stanchezza fisica (tipica è l’insorgenza di cefalea dopo un lungo viaggio), il digiuno protratto o, viceversa, dopo un pasto abbondante accompagnato da alcolici. Diverso è il caso in cui la cefalea, da disturbo occasionale e obbligatoriamente conseguente alle condizioni citate, diventi ricorrente e svincolato da eventi particolari, assumendo i connotati di un disturbo, di una “malattia” che induce il soggetto a consultare il medico. Va ricordato innanzitutto che numerosi sono i tipi di cefalea, divisibili in due grandi gruppi:

·             cefalee primarie, in cui il mal di testa e i sintomi associati costituiscono l’essenza

di una vera e propria malattia, senza cause identificabili;

·             cefalee secondarie, in cui il mal di testa è soltanto un sintomo di una patologia

sottostante. E’ questo il caso delle cefalee secondarie a tumori, o angiomi e aneurismi cerebrali (anomalie dei vasi). Patologie queste ultime temutissime - in primo luogo - dal soggetto affetto da cefalea, anche se relativamente rare, per il forte impatto emotivo che provocano nella popolazione. Altre cause sono i traumatismi o le infezioni cranio-encefaliche (meningiti, encefaliti, ascessi), le affezioni dei seni paranasali (sinusiti), quelle dell’occhio (dalla semplice “fatica visiva” a quadri più severi, quali il glaucoma), dei denti e dell’articolazione temporo-mandibolare (sindromi malocclusive, da alterata “chiusura” della bocca), l’ipertensione arteriosa o la diminuita irrorazione sanguigna cerebrale (come nel soggetto con bassa pressione o con precedenti ictus), le malattie dell’apparato respiratorio che provochino tosse intensa e cronica. Inoltre esistono molti farmaci che possono causare cefalea come effetto collaterale indesiderato, generalmente con un meccanismo di dilatazione dei vasi del cranio, come alcuni anti-ipertensivi (farmaci contro l’ipertensione arteriosa, che può essere essa stessa causa di cefalea, come abbiamo visto!) fra cui soprattutto alcuni calcio-antagonisti (nifedipina, verapamil) e gli anti-anginosi (contro l’ischemia del cuore o angina pectoris, come la trinitrina, disponibile anche in cerotti da applicare sul torace, questi ultimi molto usati). Anche gli antidolorifici comunemente impiegati per la cefalea, spesso impropriamente, con modalità di auto-prescrizione (pericoloso malcostume dei cosiddetti prodotti “da banco”!) possono provocare mal di testa, sia in corso di uso continuato o abuso, che alla sospensione (cefalea “rebound” o da “rimbalzo”).

Per quanto riguarda le cefalee primarie, non dovute a lesioni anatomiche cranio-encefaliche (in cui l’esame neurologico e gli esami strumentali, come l’elettroencefalogramma, la TAC o la Risonanza Magnetica Nucleare cranio-encefaliche sono normali!), distinguiamo essenzialmente:

·             le emicranie;

·             la cefalea a grappolo;

·             la cefalea da tensione muscolare.

Quest’ultima è una delle più frequenti forme di cefalea, prevale nel sesso femminile e nell’età giovanile-adulta, si associa all’ansia e alla depressione, è precipitata dallo stress (sia fisico che psichico), tende alla cronicizzazione assumendo i connotati di un vero e proprio disturbo da somatizzazione dell’ansia. Il dolore, che è di intensità da lieve a moderata, inizialmente sub-continuo (insorge magari alla fine della giornata) tende poi a divenire continuo. Esso viene descritto come “un peso”, “un cerchio alla testa”, “un casco”; frequente è l’irradiazione del dolore alla nuca e, talora, alle spalle. La cefalea da tensione muscolare raramente si associa a nausea e non risponde alla terapia con i comuni antidolorifici, esponendo il paziente al rischio di abuso di tali farmaci, con le conseguenze di cui già si è detto.

Tra i vari tipi di emicrania prenderemo in considerazione quelli più frequenti: l’emicrania senza aura e quella con aura (con fenomeni premonitori). Per quanto riguarda l’emicrania senza aura, l’insorgenza è nell’età giovanile-adulta: nel 30% circa dei casi addirittura tra i 10 e i 20 anni di età, molto raramente dopo i 60 (sospettare in questi casi un’altra forma di cefalea, generalmente secondaria!). Il dolore è caratteristicamente localizzato ad una metà del cranio (da ciò il termine emicrania), soprattutto alla tempia, riferito come una “pulsazione”, si associa frequentemente a nausea e/o vomito, fotofobia e fonofobia (intolleranza alla luce e ai rumori), insorge o peggiora con lo stress psichico o fisico (cefalea da sforzo). Il lato interessato può cambiare da un attacco ad un altro, anche se molti pazienti hanno un lato più frequentemente colpito. La ricorrenza del dolore sempre in uno stesso lato del capo deve indurre alla accurata esclusione di malattie infiammatorie o malformazioni dei vasi intra- ed extra-cranici o tumori.

La durata degli attacchi è compresa in un intervallo molto variabile, da 4-5 a 72 ore (spesso il paziente va a dormire e si desta all’indomani ancora con la cefalea!). Anche la frequenza degli attacchi e l’intensità sono estremamente variabili, anche nello stesso soggetto, in epoche diverse della vita (possibile ruolo scatenante dei fattori ambientali o psicologici, come lo stress). Si va da attacchi sporadici a 1-2 al mese o addirittura 1-2 a settimana. L’esatto computo degli attacchi (si suggerisce al paziente di tenere un vero e proprio “diario delle crisi”) è di fondamentale importanza per la scelta della terapia, al fine di evitare l’abuso di antidolorifici, che spesso tendono a perdere efficacia o provocare cefalea da sospensione o abolire gli intervalli di benessere tra gli attacchi, favorendo la cronicizzazione del dolore.

Nel sesso femminile gli attacchi ricorrono spesso nel periodo pre-mestruale e nel 15-30% dei casi sono quasi esclusivamente pre-mestruali. In queste pazienti i contraccettivi orali (“pillola”) peggiorano notevolmente la frequenza e l’intensità degli attacchi. In gravidanza e con la menopausa l’emicrania tende invece a scomparire. Tali osservazioni suggeriscono un ruolo importante degli ormoni sessuali femminili nel complesso meccanismo che genera l'emicrania.

L’emicrania con aura, pur essendo molto simile alla precedente, costituisce verosimilmente una condizione diversa, non solo per la presenza dei caratteristici fenomeni premonitori che costituiscono l’aura: l’insorgenza è più precoce, la frequenza degli attacchi più irregolare, con pause anche molto lunghe tra gli stessi. I fenomeni premonitori sono in genere costituiti da disturbi visivi abbastanza caratteristici: macchie scure (scotomi) piccole o grandi, circolari o “a tendina”, macchie o spirali luminose (fosfeni) migranti nel campo visivo, sensazione di “abbagliamento” come dopo aver osservato la luce del sole attraverso una grata. Più raramente i fenomeni premonitori sono costituiti da disturbi della forza muscolare, della sensibilità (sensazione di formicolio) ad una metà del volto o a tutto un lato del corpo, da disturbi del linguaggio. I fenomeni dell’aura durano pochi minuti (meno di un’ora) e sono seguiti, dopo un breve intervallo libero da sintomi, da una cefalea intensa con le caratteristiche dell’attacco emicranico descritto in precedenza. La persistenza dei fenomeni dell’aura deve fare sospettare una lesione organica cerebrale.

La cefalea a grappolo viene così definita per la ricorrenza degli attacchi in “grappoli”, da 1 a molti al giorno, per giorni, settimane o mesi. La durata di ogni singolo attacco è relativamente breve (da pochi minuti a tre ore), l’intensità del dolore è da intensa a severa, la sede è sempre da un solo lato del cranio, intorno all’occhio, con irradiazione alla tempia e alla fronte. Si associano gonfiore (edema) e/o abbassamento (ptosi) della palpebra, lacrimazione e arrossamento dell’occhio, sudorazione della metà corrispondente del volto, sensazione di “naso chiuso”, seguita da rinorrea (aumento delle secrezioni nasali) verso la fine dell’attacco. La cefalea a grappolo è cinque volte più frequente nel sesso maschile rispetto al femminile, ma resta una forma di cefalea relativamente rara, per questo motivo e per la possibile somiglianza della sua sintomatologia con quella da affezioni più comuni, quali il glaucoma (aumentata pressione dell’occhio) o alcune sinusiti (infiammazioni delle cavità del cranio e della faccia), essa spesso non viene riconosciuta, nonostante le caratteristiche abbastanza stereotipate degli attacchi. Questi ricorrono, infatti, con una cadenza prevedibile per ogni dato paziente, nel senso che oltre ad avere una ricorrenza stagionale (più frequenti in primavera e autunno) spesso ne hanno una anche nell’arco della giornata, colpendo il paziente ad orari stabiliti. Comune è la ricorrenza durante la notte. Con il passare del tempo tale periodicità tende ad annullarsi, e gli attacchi diventano più frequenti e ravvicinati.

In tutti i casi di cefalea è fondamentale un corretto inquadramento diagnostico sia clinico che di laboratorio, che neuroradiologico (TAC e Risonanza Magnetica), al fine di escludere una eventuale patologia sottostante (forme secondarie) e optare per la terapia più appropriata e sicura per il paziente. Oggi l’armamentario terapeutico si è notevolmente arricchito, per cui è possibile ottenere nella maggior parte dei casi una risoluzione della sintomatologia.

                                                     Si ringrazia  il    Dott. Giuseppe Sanges

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