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AIDS ora la sfida
è in africa

Nel Nord del pianeta l’infezione è ridimensionata, nel Sud milioni di vittime. Giornata mondiale il 1° dicembre
di Daniele Diena
 

 


Trenta mila nuovi infezioni all’anno in Europa 35004000 in Italia contro 3 milioni e 600, stimate dall’Unaids per quest’anno, nell’Africa subsahariana, di poco inferiore per popolazione.
E’ una vera "forbice" la differente diffusione dell’Hiv, il virus dell’Aids, tra occidente e terzo mondo. Una forbice che fa capire come l’epidemia stia scavando ancora più profondamente l’imbarazzante solco che già divide il mondo industrializzato dai Paesi in via di sviluppo. Basti pensare che mentre da noi si considera "stabilizzata" l’epidemia, tanto che ora si parla di "endemia", in Africa, se non si fa presto qualcosa di più concreto di quanto s’è fatto finora, si conteranno oltre 50 milioni di morti entro il 2020. Se poi si considera che la fascia sociale più colpita sarà quella tra i 15 e i 34 anni, con un’incidenza femminile doppia rispetto alla maschile, si ha tutta la misura del danno socioeconomico che l’epidemia sta arrecando al continente africano e all’area subsahariana, in particolare.
Ma cosa si sta facendo nel mondo così detto "evoluto", che ha quasi vinto la sua guerra contro il virus in casa, per invertire la tendenza anche nei Paesi poveri? Che ne è dell’accordo sui farmaci a basso prezzo per il Terzo Mondo, stabilito a fine agosto dalla World Trade Organisation, che finora sembra essere stato recepito solo dal Canada che, proprio nei giorni scorsi, ha elaborato un’apposita legge?
«L’accordo», dice Stefano Vella, direttore del Dipartimento Farmaco dell’Istituto superiore della Sanità, «fissava un doppio binario per i farmaci registrati con un prezzo per i Paesi del cosiddetto "Nord" del mondo ed un altro per quelli del "Sud", con la possibilità di licenze locali, per produrre sotto brevetto. Il problema è che prima bisogna legiferare e l’industria, solo dopo che sarà adeguatamente garantita, si muoverà». L’accordo WTO riguardava anche i generici, tra cui ci sono farmaci molto usati contro l’Aids, per i quali s’è concordata l’esportazione verso i paesi poveri con produzione insufficiente, a patto che non li riesportino nel "Nord". «Qui le cose cominciano a muoversi, anche se l’Italia non è coinvolta, in quanto non ha generici per Aids. In Africa stanno arrivando generici anti Aids dall’India, dalla Thailandia e dal Brasile», dice Vella . Perché allora le nuove infezioni continuano a crescere? «Per quanto riguarda i farmaci, anche se ora in Africa la terapia costa dieci volte di meno che da noi, quei 1000 dollari l’anno a malato per i registrati e 500 per i generici sono sempre cifre altissime». Che fare allora? «Tocca al "Global Found per Hiv, tubercolosi e malaria", voluto da Kofi Annan nel 2001 per distribuire fondi ai paesi poveri, che però dev’essere meglio finanziato: ci sono 23 miliardi di dollari su un fabbisogno di 7 miliardi..». Ma c’è anche un problema di strutture sanitarie carenti e di una migliore formazione del personale, anche perché in Africa i farmaci non li danno i medici, ma più spesso i paramedici. Un terreno vasto e irto di ostacoli, su cui continua a muoversi soprattutto il volontariato.
Restano le speranze riposte nella ventina di vaccini in studio nel mondo, uno anche ad opera dell’Istituto Superiore di Sanità, già in fase clinica, e in un gel anti infezione, sempre dell’ISS, che la donna, principale vittima del virus, potrà gestirsi da sola.

 

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