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Sanità: ci si dovrà curare solo nella regione di residenza?

Il comma 203 della Legge Finanziaria potrebbe imporre un limite alla mobilità sanitaria: le Regioni dovrebbero stabilire un tetto massimo di rimborsabilità entro il quale erogare le prestazioni nelle proprie strutture sanitarie. Escluse solo le cure oncologiche e i trapianti. Sarà una limitazione della migrazione interna da sud a nord alla ricerca di cure migliori?

La nostra redazione ha voluto raccogliere a caldo le impressioni di coloro che nella sanità operano, a diverso titolo, in tutto il territorio nazionale. “Non ho ancora avuto modo di leggere la finanziaria in discussione né, tanto meno, il comma 203, spiega Salvatore Palazzo, oncologo medico dell’Azienda ospedaliera di Cosenza; so per esperienza che le manovre finanziarie si comprendono a pieno solo qualche mese dopo la loro applicazione. Posso fare, più che altro, delle congetture: mi aspetto che in una prima fase ci potrebbe essere una sofferenza delle strutture ospedaliere, pubbliche e private, legata al fatto che il flusso migratorio dovrà essere ridistribuito. Ma questo potrebbe essere positivo per le regioni del sud perché potrebbe rappresentare uno stimolo ad adeguarsi allo standard offerto dalle regioni del centro e nord Italia”.

Come dire, avremo dei problemi ma con un po’ di buona volontà...
“Il discorso è più complesso. Il sud, fatta eccezione per i centri di eccellenza, è indubbiamente in ritardo: prima che pensare alla devolution o all’applicazione del comma 203 della finanziaria, mi vengono in mente molti piani sanitari nazionali di tutto rispetto, come quello dell’ex ministro Rosy Bindi, che di fatto non sono stati applicati nella mia regione. C’è un problema di efficienza che va risolto. In questo senso trovarsi a dover affrontare delle situazioni come quelle che si prospettano in futuro potrebbe essere uno stimolo al miglioramento”.

“Le notizie apparse sui giornali oggi mi sembra abbiano un tono un po’ troppo allarmistico”, ci dice Danilo Morini, Commissario Staordinario degli Istituti Ortopedici Rizzoli di Bologna. “Le restrizioni imposte dal comma lasciano fuori le malattie oncologiche, i trapianti e altre specialità (per esempio l’oncoematologia e l’ortopedia pediatrica); per il resto delle specialità, non sarebbe necessario muoversi alla ricerca di istituti particolarmente all’avanguardia nella cura”, ha sostenuto Morini. “Sicuramente, prosegue, questo tipo di interventi crea degli ostacoli ma il punto non è questo; la soluzione per limitare ai soli casi indispensabili la migrazione sta nel migliorare la quantità e la quantità delle prestazioni erogate dalle Amministrazioni regionali e, in questo senso, le regioni del sud Italia non rispondono in maniera sufficiente alle esigenze dei cittadini.

A giudicare dagli umori raccolti sembrano poche le resistenze ideologiche all’attuazione delle autonomie regionali. Sia chi sa di doversi migliorare, sia chi opera secondo standard di eccellenza accoglie di buon grado l’idea di contestualizzare gli interventi e le politiche sanitarie rispetto al territorio in cui essi dovrebbero essere applicati. Il cambiamento si profila inevitabile e non è questo ciò che spaventa. Le regioni italiane sono già attraversate da diverse stagioni dai cambiamenti dovuti al processo di decentramento e proprio la Sanità è stata oggetto di interventi legislativi negli ultimi anni. L’autonomia regionale potrebbe favorire nuove norme più mirate. Ma la devolution non può essere messa in atto prima che si stabiliscano dei criteri comuni a tutta la nazione. Perché una gara sia valida e corretta tutti i corridori devono partire da blocchi di partenza che siano allineati e percorrere la stessa distanza. Solo a queste condizioni chi arriva prima è il più bravo.

si ringrazia emanuela grasso
 

 

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