Le aritmie cardiache
A cura degli specialisti dell'Istituto di
cardiologia del Policlinico Gemelli, RomaIl
termine aritmia descrive in genere un’anomalia del ritmo cardiaco. Il
cuore svolge la sua funzione di pompa contraendosi ritmicamente con una
frequenza di circa 60-90 battiti al minuto. Alla base della contrazione
vi è una stimolazione elettrica delle cellule cardiache. Questa è
determinata da una vera e propria corrente elettrica che attraversa
tutto il cuore ad ogni battito, stimolando la contrazione. Questa
corrente origina da un centro ben preciso del cuore, situato nell’atrio
destro e chiamato nodo seno-atriale, ed ha un decorso altrettanto ben
definito. Essa, infatti, attiva prima gli atri e, successivamente,
attraverso una serie di strutture che formano un’unica via di
conduzione, attiva i ventricoli. Tutte le condizioni nelle quali
l’origine e/o la regolarità e/o la frequenza di questa attività
elettrica sono alterate vengono definite aritmie. Esistono diversi modi
di classificare le aritmie. La prima e più importante distinzione,
tuttavia, può essere fatta tra tachiaritmie, caratterizzate da una
frequenza degli impulsi aumentata, e bradiaritmie, caratterizzate da una
ridotta frequenza degli impulsi. Le tachiaritmie sono, poi, divise in
sopraventricolari (tutte le tachiaritmie che non originano espressamente
dai ventricoli) e ventricolari (tutte le tachiaritmie che originano dai
ventricoli). Le aritmie possono riconoscere numerose cause. Talvolta
esse sono secondarie a malattie strutturali del cuore, altre volte
possono essere dovute a malattie extra-cardiache. Molte aritmie,
tuttavia, possono verificarsi in un cuore apparentemente sano ed in
assenza di altre patologie. I sintomi delle aritmie sono molto vari, e
vanno dalla semplice sensazione di “un colpo al cuore” o palpitazioni,
sino a disturbi minacciosi per l’integrità dell’individuo, come la
perdita di conoscenza (v. Sincope) e l’arresto cardiocircolatorio.
Pertanto, sebbene molte aritmie sono banali e non richiedono alcuna
forma di trattamento, la comparsa di un’aritmia cardiaca deve essere
sempre considerata con attenzione. Mentre le bradiaritmie serie o
associate a sintomi sono efficacemente trattate con l’impianto di un
pacemaker (v. Pacemaker e defibrillatori), il trattamento delle
tachiaritmie dipende dal tipo di aritmia e comprende l’uso di farmaci o
l’attuazione di interventi finalizzati ad eliminare il substrato
dell’aritmia. Sono molti i farmaci che vengono utilizzati nella terapia
delle tachiaritmie. Essi consentono in diversi casi un’efficace
prevenzione delle ricorrenze, ma sono, tuttavia, farmaci che possono
essere gravati, soprattutto in alcuni casi, da importanti effetti
collaterali. Alcuni tipi di tachiaritmie si avvalgono efficacemente di
trattamenti non farmacologici, come l’ablazione transcatetere.
L’ablazione transcatetere consiste nella distruzione di una minuscola
porzione di tessuto cardiaco, individuata come responsabile
dell’insorgenza dell’aritmia, o comunque come indispensabile perché
l’aritmia si inneschi e si mantenga. Eliminando tale punto critico,
l’aritmia viene curata in modo definitivo. Per eseguire l’ablazione di
una aritmia è prima necessario studiarne in modo accurato il meccanismo
tramite uno studio elettrofisiologico intracavitario, al fine di
individuare in modo preciso il punto da ablare. L’ablazione
transcatetere viene eseguita introducendo un catetere “ablatore” nelle
cavità cardiache attraverso una puntura percutanea, in semplice
anestesia locale, di una vena periferica (in genere una vena succlavia,
situata sotto la clavicola). Il catetere ablatore viene posizionato a
contatto con il punto critico per l’insorgenza dell’aritmia cardiaca e,
attraverso di esso, viene erogata energia a radiofrequenze, che causa un
riscaldamento della punta del catetere (a temperature non superiori a
65°C). Tale calore determina la coagulazione del punto responsabile
dell’aritmia, che viene in tal modo distrutto. In genere, la procedura
non dà disturbi al paziente, che, in alcuni casi, può tuttavia avvertire
un senso di fastidio al collo o al torace, che scompare immediatamente
con la fine dell’erogazione. Molto più raramente, invece dell’ablazione
con radiofrequenze, si usa la crioablazione, con la quale si provoca la
lesione del punto critico dell’aritmia mediante raffreddamento
(temperatura sino a -70°C). La degenza in ospedale di un intervento di
ablazione transcatetere di un’aritmia è di solito molto breve (2-3
giorni), come breve è il periodo di convalescenza dopo l’intervento.
Come detto, l’ablazione, quando eseguita con successo, è una terapia
definitiva dell’ aritmia. Essa, cioè, risolve il problema senza
necessità di ulteriori terapie. Se eseguita da operatori esperti, essa
ha un’elevata probabilità di successo e presenta un basso rischio di
complicanze importanti. Per tali motivi, essa è attualmente da prendere
in considerazione come prima scelta per molte delle tachiaritmie
cardiache più comuni, quali la tachicardia parossistica
sopraventricolare da rientro nodale, la sindrome di
Wollf-Parkinson-White ed il flutter atriale tipico, mentre, in caso di
aritmie più complesse, come il flutter atriale atipico, la fibrillazione
atriale e la tachicardia ventricolare, la possibilità di terapia con
ablazione deve essere valutata caso per caso
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