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Il piede
diabetico si deve prevenire e si può
curare. A ogni livello della malattia,
dal primo arrossamento fino
all’amputazione, la medicina ha a
disposizione armi, quasi tutte recenti,
che permettono di arrestare o rallentare
l’evoluzione del problema.
Il ‘piede
diabetico’ nasce da una diabolica
alleanza fra la neuropatia – che riduce
o altera la sensibilità della gamba e
del piede – e la vasculopatia
periferica, la chiusura progressiva
delle arterie e dei capillari dal
ginocchio in giù. Non ‘sentendo’ il
piede, la persona con diabete lo
appoggia male, favorendo la comparsa di
arrossamenti e calli, e soprattutto non
si accorge di tagli, ulcere e ustioni. I
capillari delle zone interessate
ricevono poco sangue, e quindi poco
ossigeno e globuli bianchi.
Come ambulanze bloccate in un ingorgo, i
farmaci stentano ad arrivare in
soccorso. Se non si interviene in tempo,
un’infezione rischia di far precipitare
il delicato equilibrio dei tessuti del
piede, i tessuti muoiono e infettano
quelli vicini. È la gangrena. Il resto
lo si conosce. Da diversi anni la
Medicina dispone di armi che permettono
di intervenire a ogni livello, dal primo
segno di sofferenza del piede fino
all’amputazione. «Oggi possiamo fare
molto, moltissimo», commenta Roberto
Mingardi responsabile del servizio di
Diabetologia e dell’Unità del Piede
diabetico e medicina vascolare presso la
casa di cura Villa Berica di Vicenza.
Mingardi cita quattro armi: «La
chirurgia endovascolare, cioè i
‘palloncini’ e gli stent che liberano
l’arteria periferica dalle ostruzioni
ripristinando un normale flusso di
sangue al piede; nuove conoscenze in
materia di terapia antibiotica sistemica
delle infezioni; i plantari e
‘stivaletti a scarico totale’ che
permettono di suddividere il peso del
corpo su tutta la su perficie del piede
e le tecniche avanzate di medicazione
delle ulcere». «Ci muoviamo su più
direzioni», conferma Antonino Lo Presti,
responsabile del-l’Ambulatorio per la
prevenzione e cura del piede diabetico
del servizio di Diabetologia
dell’ospedale di Marsala, uno dei
cen-tri diabetologici più antichi
d’Italia, creato nel 1979, «da una parte
la prevenzione primaria e secondaria,
dall’altra il ‘salvataggio dell’arto’».
Come riaprire
le arterie del piede.
«Fino a pochi anni fa», riprende
Mingardi, che è stato consigliere
nazionale della Associazione medici
diabetologi, «si pensava che i capillari
del piede si ‘ammalassero’ per colpa del
diabete. Oggi sappiamo invece che i
capillari del piede soffrono a causa
della chiusura – a monte – delle arterie
medie e grandi». Le tecniche di
rivascolarizzazione che – applicate alle
coronarie – hanno salvato la vita a
milioni di persone ad alto rischio di
infarto sono quindi state applicate con
successo per riaprire le arterie della
gamba: ‘palloncini’ che liberano gli
ostacoli al flusso del sangue, stent
medicati sulle pareti interne dei vasi
ammalati. «I risultati sono sensazionali
sia nei pazienti ad alto rischio sia in
casi di ulcerazioni anche infette», nota
Mingardi.
Evitare che le
ulcere diventino gangrene.
Il secondo fronte, anch’esso a cavallo
fra prevenzione e gestione del piede
diabetico, è quello delle calzature.
«Prima di tutto i pazienti a rischio –
ma io direi tutte le persone con
diabete, perché non è mai troppo presto
per acquisire buone abitudini –
dovrebbero portare scarpe ‘idonee’, vale
a dire comuni ma scelte con attenzione:
comode, larghe e senza cuciture
all’interno», suggerisce con forza Lo
Presti che coordina il gruppo di studio
sul piede diabetico della AMD siciliana
della quale è vicepresidente; «il
presidio ortopedico va adottato laddove
si notano anche i primi segni di
deformità. Inutile attendere: va subito
ordinato un plantare confezionato su
misura facendo il calco del piede del
paziente». Le possibilità sono molte,
dal plantare fino alla struttura rigida.
Le ulcere si evitano facendo appoggiare
tutta la superficie del piede sul
terreno; per questo i plantari servono a
evitare che superfici di maggiore
pressione creino calli o duroni che poi
si ulcerano. I gambaletti gessati
servono a evitare di far appoggiare
tessuti ulcerati sul terreno. «Al
gambaletto abbiamo sostituito dei tutori
che il paziente tiene durante il giorno
e stacca la sera», nota Mingardi che è
direttore sanitario della clinica
vicentina, «l’obiettivo è appunto lo
‘scarico totale’, vale a dire evitare
che una parte del piede debba sopportare
un peso superiore alle sue possibilità».
Il paziente neuropatico infatti tende a
‘camminare male’, poggiando il peso dove
non dovrebbe.
Risolvere le
ulcere croniche difficili da guarire.
All’interno delle calzature, le
callosità, così come le unghie mal
tagliate possono portare alla formazione
di ulcerazioni. «È fondamentale che il
paziente se ne accorga in tempo. E,
visto che spesso per la neuropatia non
prova dolore, deve ispezionare il piede
ogni giorno con attenzione», ricorda Lo
Presti. Segnalata per tempo e ben
seguita l’ulcera ha ottime possibilità
di guarigione. «Abbiamo acquisito una
serie di conoscenze, che ci permettono
di preparare il ‘letto’ della ferita,
pulendo con pazienza l’ulcera e
rimuovendo tessuti ‘morti’ e detriti»,
nota Lo Presti, laureato a Palermo e
specializzato a Messina.
«Inoltre abbiamo a disposizione
medicazioni avanzate utili se la ferita
è vasta: colture di fibroblasti, pappe
piastriniche, impianto di cheratociti,
interventi locali per riaprire capillari
e arteriole... possiamo arrivare, ma non
è detto che sia sempre necessario o
ottimale, a fare autotrapianti di
pelle», elenca Mingardi. |